Inizio degli studi

È il marzo del 2026 e, a quarantatré anni, riesco ancora a ricordare con estrema nitidezza molti frammenti della mia infanzia. Un'infanzia che, se sul piano familiare è stata serena e piena di attenzioni, sul piano delle amicizie si è rivelata molto più complessa.

All'età di sei anni mio padre acquistò un vecchio pianoforte verticale Krauss. Era uno strumento della fine dell'ottocento: restaurato, certo, ma ancora segnato dal tempo, tanto che si potevano distinguere chiaramente gli innesti dei candelieri che un tempo illuminavano il leggio. Per due anni rimase lì, quasi invisibile ai miei occhi. Non lo guardai davvero fino all'età di otto anni.

Un giorno mi trovavo a casa di mia zia, la sorella di mia madre. Aveva un disco con alcune registrazioni dei grandi pianisti dell'epoca. Lo posò sul giradischi e abbassò lentamente la puntina.
Dopo pochi secondi la stanza fu riempita dalle prime note della Quarta Ballata di Chopin.
Rimasi letteralmente folgorato al punto che questa potrebbe definirsi una storia romantica... Al diploma di pianoforte che conclude gli studi accademici portai proprio la Quarta Ballata.
Ancora oggi ricordo perfettamente il pianista che la suonava: Emanuel Ax.

Fu in quel giorno che chiesi a mio padre di mandarmi a lezione di pianoforte.
Ci recammo all'oratorio Don Bosco, poco distante da casa mia dove un insegnante di pianoforte era solito dare lezioni. Fissammo un appuntamento, ricordo che c'erano molte altre persone a quella riunione. Fabio Salustri (il mio primo maestro) accolse tutti con grande gentilezza e disponibilità ma al contempo fu molto chiaro: "Lo studio del pianoforte è uno studio molto intenso e complesso, richiede doti di disciplina, impegno, dedizione... e talento".
Inizia così questo lungo percorso colmo di grandissime emozioni, soddisfazioni e tante tante sfide.

Inizio dei concerti e dei concorsi

A 13 anni tenni il mio primo concerto da solista in un teatro a Viterbo. Il teatro era praticamente pieno, era uscito anche un articolo sul Corriere di Viterbo. Ricordo ancora le luci soffuse del palco e l'emozione che mi attraversava il corpo mentre iniziavo a suonare.
Per me fu un grande traguardo, era un evento che mi stava proiettando verso la carriera concertistica. Quello stesso anno iniziai anche a partecipare ai concorsi, ottenni sempre ottimi risultati: al primo concorso un terzo posto, per poi guadagnare negli anni successivi anche primi posti. Questi successi mi diedero grande fiducia e mi spinsero a continuare con ancora più impegno nello studio del pianoforte. Questo è stato vero fino al giorno in cui mi scontrai con l'invidia.
Non accadde a me personalmente, accadde ad un ragazzo che fece un concorso insieme a me al quale venne detto senza mezzi termini che "non era tagliato per lo studio del pianoforte, era meglio che lasciasse stare e si dedicasse ad altro".

Queste parole gli furono dette davanti ai suoi genitori da un insegnante di musica.
Ricordo ancora il silenzio che seguì.

Un gesto che io giudico riprorevole e che mi fece riflettere profondamente su come la competizione possa degenerare in comportamenti spietati e distruttivi, soprattutto nei confronti dei più giovani, e fu lì che maturai l'idea di non partecipare mai più a concorsi pianistici.

Inizio dell'isolamento

Dall'altro lato c'era la scuola. Alle elementari tutto procedeva più o meno bene. Quando iniziai a suonare il pianoforte venivo percepito dai miei compagni come una persona un po' "particolare", diversa forse, perché preferivo la musica al calcio, mi interessavo di cultura anziché di sport, ma nonostante questo continuavo comunque ad essere invitato alle feste e a frequentarli anche al di fuori dell'orario scolastico.

La vera frattura arrivò con l'ingresso alle scuole medie. Fu in quel periodo che iniziò una fase molto più difficile della mia vita: un progressivo isolamento sociale accompagnato da episodi di bullismo psicologico che non avevo mai conosciuto prima e che segnarono profondamente quegli anni.

Questi episodi mi facevano sentire solo, incompreso e a volte persino minacciato, spingendomi sempre di più verso un mondo interiore fatto di musica e libri come unica via d'uscita da una realtà che mi appariva ostile e ingiusta.

Una stupida soluzione

A un certo punto arrivai a convincermi, erroneamente, che l'unico modo per riuscire a mantenere dei rapporti con gli altri fosse quello di conquistarne la simpatia a tutti i costi. Fu allora che commisi un errore che mi fece perdere tempo e risorse mentali: abbassare l'asticella.

Iniziai ad adattarmi agli altri, cercando di modellarmi sui loro gusti e sulle loro abitudini.
Provai a interessarmi a cose che in realtà non mi appassionavano affatto, partecipando a conversazioni e attività che non sentivo mie, con un unico obiettivo: essere accettato.
Con il senno del poi credo che un po' di vita da strada mi abbia fatto anche bene caratterialmente parlando ma a causa di questo periodo ho perso letteralmente anni nel tentativo di piacere agli altri non per quello che sono ma recitando una commedia, vestendo i panni di un personaggio che non mi apparteneva.

Questo atteggiamento però mi ha portato a vivere in una costante tensione interiore che sfociò all'età di 13 anni in crisi di panico. La paura di essere rifiutato e l'ansia da prestazione mi hanno letteralmente paralizzato, portandomi a evitare ogni situazione che potesse mettermi alla prova o esporre la mia vera personalità. Vivevo emulando i comportamenti degli altri, anche quelli più brutti fatti di violenza verbale e fisica, fatti di sproloqui e cattiveria gratuita.

L'atteggiamento dei genitori

Non posso di certo dire che i miei genitori non mi siano stati vicini. Quando cominciai ad avere i primi attacchi di panico mi portarono a fare analisi dai migliori specialisti, escludendo problemi di natura fisica o neurologica. La mia condizione era psicologica e richiedeva un approccio totalmente diverso.

Con i miei ho sempre avuto un rapporto molto aperto ma come si suol dire: "Ogni età ha i suoi problemi"; non è facile spiegare e far capire come ci si sente ad essere escluso o vivere una vita con una personalità che non ti appartiene.

Le invidie

Durante il periodo del liceo le invidie iniziarono a pesare sempre di più. I miei successi in ambito pianistico si rivelarono un'arma a doppio taglio: da un lato rappresentavano per me una grande soddisfazione, dall'altro alimentavano la gelosia di alcuni compagni, pronti a cogliere qualsiasi occasione per sminuirmi o ridimensionare ciò che facevo.

Con il passare del tempo quella situazione divenne sempre più logorante. Ero stanco, esasperato da certi atteggiamenti. Nel frattempo avevo anche raggiunto una maturità fisica piuttosto evidente, ero il più alto della classe, e, a un certo punto, commisi probabilmente l'errore più grande che potessi fare: usai la violenza fisica come valvola di sfogo delle mie emozioni represse.

Il punto di rottura

Questo mi allontanò ulteriormente da quelli che già non erano propensi a comprendermi e mi portò ad un punto di rottura in quinto liceo. Periodo forse tra i più bui della mia vita dove decisi di non andare più a scuola per rifugiarmi nei libri. Non marinavo la scuola per andare a farmi le canne nel parco del paese, andavo tutti i giorni in biblioteca, leggevo i libri che mi appassionavano e studiavo quello che mi piaceva.

Questo periodo di isolamento forzato fu un'esperienza paradossale: da una parte mi permise di approfondire le mie passioni, dall'altra mi isolò ulteriormente dal mondo esterno e dai miei coetanei.

Parenti serpenti

Questo detto è tutt'altro che un luogo comune. Se dal punto di vista dei rapporti con i miei coetanei vivevo un disastro assoluto, con i miei parenti le cose non andavano molto meglio. Nel mio caso specifico, alcuni miei familiari, erano tra i primi ad alimentare invidie. Su di loro non ho mai compreso il perché sinceramente.

L'ancora di salvezza

Una cosa che ancora mi commuove quando la ricordo fu l'atteggiamento della mia professoressa di Lettere e Latino: la Professoressa Fabbri. Una di quelle insegnanti che non si limitano a spiegare una materia, ma insegnano qualcosa di molto più importante: il valore della conoscenza.

Non vedendomi da settimane decise di chiamarmi a casa. Rispose mia madre, ma ebbe l'intelligenza di non parlare con lei, raccontandole che erano settimane che non mi vedeva in classe, no, lei chiese di parlare con me perché forse era l'unica che mi aveva veramente capito, e sapeva che se avesse raccontato le mie malefatte ai miei, non mi avrebbe mai rivisto dentro quella classe.

Mi ricordo che mi disse: "Simone, cosa ti sta succedendo?".

Scoppiai in lacrime, le raccontai tutto, aprii il mio cuore, le parlai del mio stato d'animo, del mio isolamento, del fatto che non venivo compreso e che ero bersaglio di critiche continue dettate probabilmente dall'invidia e dalla cattiveria altrui. Lei ascoltò pazientemente, non mi interruppe mai e con la stessa dolcezza di una madre con un figlio mi disse: "Simone, torna a scuola, mettiti al primo banco vicino a me".

Ricordo che mi organizzò concerti a scuola per spiegare il periodo romantico e cercò di far emergere e rendere inequivocabili le carte che avevo da spendere, ciò che mi rendevano diverso.

E così, grazie alla sua comprensione e al suo supporto incondizionato, riuscii a riprendere fiducia in me stesso e a ritrovare la gioia.

Università: il punto di svolta

All'università trovai finalmente il mio habitat naturale, quello che prima gli altri vedevano come punti di attacco divennero i miei maggiori punti di forza. Ero bravo, studiavo con dedizione e i miei colleghi universitari si univano spesso anche per essere aiutati a preparare esami. Non era però un rapporto di convenienza era finalmente un rapporto di amicizia, tanto che con molti di loro mi sento/vedo ancora oggi. Questo clima di stima reciproca e collaborazione mi ha permesso di crescere sia intellettualmente che personalmente, questo mi ha permesso di scansare tutta la nebbia mentale e gli altri mi vedevano con stima per quello che sono, finalmente, senza dover recitare parti. Furono addirittura loro a consigliarmi di fare il test di ingresso al Mensa. Forse anche l'età più matura ha aiutato.

Fatto sta che con la mente libera ho finalmente visto chiaro: io sono così, chi mi ama mi segua, chi non mi ama se ne vada a fare in culo! Vorrete perdonare il linguaggio, ma è una frase che mi ha fatto liberare da anni di frustrazione e incertezza. E per chi si domanda dei parenti... La parentela è solamente un vincolo anagrafico. Sono tuoi parenti perché il caso ha voluto che tuo padre o tua madre fossero cugini, fratelli, zii di altre persone. I legami di parentela non esistono! Esistono solo i legami che costruisci mattone su mattone con le tue scelte e con il tuo comportamento quotidiano, che siano questi tra cugini, zii o amici; e se hai fatto del bene non devi mai preoccuparti di cosa pensino gli altri.

Un consiglio finale

Se anche tu ti senti incompreso, se possiedi talenti che, anziché valorizzarti, finiscono per farti sentire inferiore a causa di un'orda di imbecilli, ricorda che probabilmente ciò accade perché sei speciale.
Non permettere mai a nessuno di deturpare la tua immagine o ciò che sei, ma comportati sempre con rettitudine e umiltà, così da restare inattaccabile. Quelle persone hanno un nome, si chiamano teste di cazzo.
Ognuno di noi, dentro di sé, sa quanto vale: non hai bisogno che siano gli altri a definirti.
Impara prima a vivere bene da solo e a non dipendere da nessuno. Non puoi stare bene con gli altri se prima non riesci a stare bene con te stesso.
Le persone parlano per invidia, perché «la volpe che non arriva all’uva dice sempre che è acerba». Ma se stai bene con te stesso avrai uno scudo, e sarai inattaccabile.

È solo questione di tempo: prima o poi le persone che ti hanno sminuito, se tu hai davvero valore, avranno bisogno di te, mentre tu probabilmente non avrai mai bisogno di loro.
Ed è allora che ti guarderanno con occhi diversi.
L'invidia resterà, ma non sarà più distruttiva: diventerà un'invidia silenziosa, ormai trasformata in una tacita ammirazione per ciò che sei riuscito a costruire da solo.
E se prima potevano attaccarti perché eri debole, ora dovranno semplicemente restare in silenzio, perché sarai divenuto inattaccabile.

Conclusione

So bene che qualcuno, leggendo queste righe, potrebbe interrogarsi su chi le abbia scritte e con quale presunzione.
La risposta è molto semplice: qui non c'è presunzione, ma soltanto quarantatré anni di vita vissuta.
E se la realtà dà fastidio... La risposta si trova qualche capoverso più sopra.