Sviluppo codice da quando avevo nove anni.

Ricordo ancora i primi programmi scritti in BASIC, copiandoli dal manuale del mio Commodore 64. Ero lì, seduto con gli occhi incollati allo schermo, mentre cercavo di interpretare quei simboli misteriosi e dare un senso a quelle istruzioni che, una volta eseguite, creavano "magia" apparentemente dal nulla.

Negli anni ho visto e partecipato a molti progetti, ma solo pochi hanno avuto un'eco davvero roboante. Al contrario, una quantità impressionante di iniziative, spesso costate cifre enormi, sono rimaste lì, sospese in un limbo di incompiutezza.

In alcuni casi il fallimento è stato causato da budget di marketing insufficienti. In altri, da un mercato che semplicemente non era pronto per quel tipo di prodotto. Ma in tutti i casi fallimentari ho sempre riscontrato un unico fattore comune: non si era partiti guardando il mercato.

L'importanza dell'analisi di mercato

Il mio maestro di pianoforte mi ripeteva spesso una frase che mi è rimasta impressa:

"Quando insegni, tutti i genitori sono convinti di avere un piccolo Mozart in casa. Ma purtroppo la realtà non è questa: al di là del talento che già di per sé è tutt'altro che scontato, anche Mozart ha dovuto studiare".

La stessa logica si applica perfettamente allo sviluppo di un prodotto.

Chi ha un'idea è quasi sempre convinto di aver creato qualcosa destinato a rivoluzionare il mondo. Magari è anche vero, ma l'opinione dell'ideatore conta zero se il mercato non la condivide.

Lo vediamo ogni giorno, anche in settori lontani dalla tecnologia, come l'automotive.

Le auto elettriche rappresentano sicuramente una parte del futuro della mobilità, ma questo futuro non è ancora completamente arrivato.

L'infrastruttura è immatura, i tempi di ricarica sono ancora troppo lunghi, l'autonomia non sempre adeguata e le colonnine spesso scarse.

Il risultato? Il mercato ha parlato con chiarezza: le auto elettriche hanno venduto poco, e questo dimostra che, per quanto possano esistere imposizioni governative o pressioni politiche, nessuna tecnologia può diffondersi se il mercato non è pronto ad accoglierla.

Dalla visione all'esecuzione: il processo corretto

Chi vuole lanciare una web app o un nuovo servizio digitale spesso parte dalla fine: scrive codice, progetta la UI, commissiona un logo, crea una landing page e si butta nello sviluppo a testa bassa. È comprensibile: chi ha un'idea sente l'impulso di trasformarla subito in qualcosa di tangibile.

Me è un errore.

La verità è che un progetto digitale non inizia con il codice, non inizia con la scelta del framework, non inizia con il design.

Un progetto inizia con una domanda fondamentale:

"Il mercato vuole davvero quello che ho in mente?"

Se la risposta non è un sì chiaro, dimostrabile e supportato dai dati, tutto il resto è rumore.

Analisi del problema

La prima fase non riguarda l'idea, ma il problema reale che l'utente vive.

Bisogna chiedersi:

Se non c'è un problema reale, l'idea non ha radici.

Studio dei competitor

Ogni idea "nuova" esiste già in qualche forma.

Se non esiste, probabilmente non c'è mercato.
Se esiste, bisogna capire perché funziona, perché non funziona, come si posiziona, quali segmenti serve, quali ignora, dove fallisce e, soprattutto, dove lascia spazio.

Questo punto è spesso vissuto con una certa sofferenza da chi ha un'idea "geniale": scoprire che qualcun altro ci ha già pensato. Ma in realtà è una fortuna.

Perché se ci sono competitor, significa che il problema è reale, che le persone sono disposte a pagare, e che esiste un mercato da analizzare. E capire cosa fanno gli altri è un acceleratore potentissimo: evita anni di tentativi, errori, false partenze e investimenti sprecati.

Non si tratta di copiare.
Si tratta di capire dove si può creare valore aggiunto.

Molte startup sbagliano proprio qui: guardano i competitor con un misto di snobismo e paura.
O li sottovalutano ("la nostra soluzione è più bella"), o li sopravvalutano ("hanno troppo vantaggio").

La verità è molto più semplice:
il competitor è una fonte di informazioni preziosissima, non un nemico.

Basta analizzarlo con freddezza: punti di forza, punti deboli, modello di business, pricing, posizionamento comunicativo, qualità dell'esperienza utente, churn, recensioni reali, community, pain point non risolti.

Chi sa leggere tra le righe scopre sempre spazi scoperti, opportunità e nicchie dimenticate in cui ci si può inserire.

Definizione del pubblico esatto

Una volta identificato il problema e compreso l'ecosistema competitivo, arriva la parte cruciale: chi stiamo servendo davvero?

E qui non basta scrivere "tutti" o "PMI" o "utenti tech" o "appassionati".
Quelli non sono target: sono categorie generiche che non permettono alcuna strategia.

Per costruire un prodotto è necessario conoscere vita, morte e miracoli delle persone a cui si vuole parlare.
La domanda fondamentale è: "A chi cambia realmente la vita ciò che sto costruendo?".

E spesso la risposta a questa domanda può sorprendere. Molti prodotti di successo non sono nati per il "il grande pubblico", ma per una nicchia precisa, di cui conoscevano a fondo ogni difficoltà, ed è quella nicchia, spesso ad essere disposta a pagare di più e questo permette ad un progetto di partire forte e scalare. Al contrario quando un prodotto "parla a tutti", nel 99% dei casi in realtà non parla a nessuno.

La soluzione minima: non ciò che vuoi tu, ma ciò che serve davvero

A questo punto arriva la parte che spaventa di più chi ama sviluppare: costruire meno... Meno funzionalità, meno complessità ed in generale meno fronzoli.

Non esiste un progetto digitale serio che non passi per un MVP (Minimum Viable Product), cioè la versione più semplice possibile che permetta di testare l'interesse reale del mercato.
Qui si cade in una trappola molto comune, quello dell'orgoglio tecnico.
Molti sviluppatori, intrappolati dalla sindrome del perfezionismo, si convincono che il prodotto debba essere "perfetto" già al lancio, altrimenti non reggerà il confronto.

È un errore ingenuo. Perché il mercato non premia la complessità: premia la soluzione immediata.
Il vero obiettivo dell'MVP non è stupire: è ascoltare.
La domanda non è: "Come lo faccio perfetto?"
La domanda è: "Come lo lancio in fretta per capire se è la direzione giusta?".

Un MVP deve essere grezzo ed essenziale ma deve risolvere davvero il problema, almeno nella sua forma più basilare. Da lì iniziano i feedback, l'evoluzione e da lì si capisce cosa vale la pena sviluppare e cosa no.
Il mercato è l'unico giudice che conta.

La comunicazione: il pezzo dimenticato

Molti progetti straordinari muoiono perché nessuno li vede.
Gli sviluppatori sono spesso convinti (me compreso nonostante faccia di tutto per trattenermi) che "se il prodotto è buono si venderà da solo". NON È COSÌ!

Senza comunicazione non esiste trazione, senza trazione non esiste crescita, senza crescita non esiste futuro. Serve una value proposition chiara, un messaggio coerente, una presenza online credibile, un contenuto informativo di qualità, una UX semplice, un funnel chiaro che porti l'utente dalla scoperta all'acquisto.

Alla fine, un prodotto digitale non è solo un software: è un ecosistema e chi lo lancia deve considerare tutto, non solo il codice.

L'unica regola che non cambia mai

Dopo trent'anni di sviluppo, dopo centinaia di progetti, fatti, rifatti, triti, ritriti, falliti, lanciato e portati al successo, sono arrivato ad una conclusione drastica ma innegabile:
Il codice non crea il successo, il mercato sì!

Perché il codice è il mezzo ma non è il fine; è l'esecuzione tecnica di una risposta a un bisogno che esiste già. Tutto il resto è entusiasmo mal indirizzato.

E la storia, quella che ho visto fin da quando programmavo sul Commodore 64, dimostra sempre e solo questo: chi ascolta il mercato vince, chi lo ignora fallisce.