Vi siete mai chiesti perché si dice che i bambini siano la forma di vita più pura?

Forse è perché possiedono una capacità innata di meravigliarsi, priva dei filtri e dei pregiudizi che l'esperienza di vita adulta tende a costruire nel tempo. Giudicano ciò che gli arriva, in positivo e in negativo, sono senza macchia, senza stereotipi e direi certamente più capaci di chiunque altro nel distinguere il "bello".

Mio padre comprò un pianoforte quando avevo 7 anni. Ogni tanto ci strimpellava sopra, io non l'ho mai degnato di uno sguardo, nella mia mente era solo un mobile e con la consapevolezza di oggi riesco a dare un perché... Forse perché mio padre da strimpellatore non riusciva a tirare fuori tutto ciò che quello strumento poteva dare. Non avevo ancora conosciuto la musica classica, non mi aveva ancora fatto vibrare e così il tempo passava e continuai a non considerarlo per più di un anno.

Un giorno mia madre che doveva andare a fare dei giri mi portò da sua sorella, mia zia Rossella. Nel salone aveva un giradischi e sotto di esso un mobile pieno di dischi. Portò a me e mio cugino la merenda delle 16 e prese un disco. Lo mise sul giradischi e iniziò la riproduzione.

Avevo appena 8 anni, cosa potevo capirne di musica? Iniziarono le prime note, era la Quarta Ballata di Chopin suonata da Emanuel Ax.

Ne rimasi letteralmente sconvolto dalla bellezza che non riuscivo a spiegare a parole. Non era solo suono: era un'emozione fisica, una forza che sembrava scuotere l'aria stessa della stanza. Ricordo che i miei occhi erano colmi di lacrime, la pelle d'oca con i pochi peli che avevo sulle braccia letteralmente drizzati da cotanta bellezza. Pura emozione, un'emozione che non avevo mai pensato di provare prima.

Pregai mia zia di regalarmi quel disco e lo consumai letteralmente sul giradischi di casa. Lo ascoltai così tante volte che la superficie del vinile iniziò a mostrare i segni dell'usura, ma per me quel suono era diventato un rifugio sicuro, l'inizio di un viaggio che avrebbe cambiato per sempre il mio modo di percepire il mondo. Da quel momento, la musica smise di essere semplice sottofondo per diventare il linguaggio con cui interpretare ogni singola sfumatura, ogni stato d'animo della realtà.

Andai da mio padre e gli chiesi se avessi potuto frequentare delle lezioni di pianoforte e lui, amante della musica, leggendo la motivazione nei miei occhi non poté far altro che sorridere e annuire, comprendendo che quella non era una semplice curiosità infantile, ma l'inizio di un'autentica chiamata dall'alto.

Al tempo non esisteva ancora internet, quindi cercare un maestro di pianoforte non era affatto semplice come oggi: dovevamo affidarci esclusivamente al passaparola, ai piccoli annunci sui giornali locali o ai volantini attaccati dentro gli oratori. Fu proprio all'oratorio Don Bosco di Genzano che trovammo un volantino con il numero di un Maestro di pianoforte su suggerimento di un parroco: il mio primo Maestro Fabio Salustri. Lo contattammo telefonicamente e, dopo una breve conversazione carica di aspettativa, fissammo il nostro primo incontro. L'appuntamento era allo stesso oratorio dove reperimmo il suo numero; nella sala una moltitudine di persone, all'epoca la sfera della musica classica e dello studio di uno strumento era ancora molto frequentata.

Ricordo ancora quasi tutte le parole scambiate ma una frase mi è rimasta nella mente in modo indelebile: "Lo studio del pianoforte richiede talento e tanto tanto sacrificio, ve lo dico subito perché mi piace essere chiaro sin dall'inizio". Gli altri bambini e ragazzi che erano in sala con me avevano il viso preoccupato, detta così sembrava una condanna, io ero sereno perché sentivo che quella sfida non era un limite, ma la condizione necessaria per trasformare quella passione in vera arte.

È stato un percorso effettivamente lungo, con gli alti e bassi dell'adolescenza perché non sono mai stato un secchione, mi piaceva uscire con gli amici, frequentare ragazze e godermi la vita fuori dalle mura di casa; tuttavia ogni volta che tornavo davanti ai tasti, snetivo che quel sacrificio di cui aveva parlato il maestro dava i suoi frutti.

Diedi tutti gli esami al conservatorio fino all'esame di diploma in cui portai la Quarta Ballata di Chopin.

Il cerchio si era chiuso nel punto in cui si era aperto. Ecco perché sono così legato a Chopin, perché la sua musica incarna perfettamente quel dualismo tra l'estrema fatica tecnica e la pura libertà espressiva che ho vissuto sulla mia pelle. È il mio ricordo fermo delle emozione che mi porto dentro dall'infanzia e ogni volta che mi ci rituffo dentro, rivivo quella sensazione di essere ancora bambino, come se fosse un tuffo indietro nel tempo.

Questa estate sono stato a Parigi, non potevo esimermi dall'andarlo a trovare al cimitero di Père Lachaise. È stata un'esperienza quasi mistica: stari lì davanti alla sua tomba, mi ha fatto sentire come se potessi percepire la sua energia, il suo romanticismo. Non volevo più andarmene al punto che quando siamo andati via, avevo nuovamente le lacrime agli occhi. "Persone come Chopin non dovrebbero morire, dovrebbero essere dispensate dalla morte".

Eppure in un certo senso è così, la sua musica è qui con noi, immortale e vibrante, capace di sfidare il tempo e di continuare a parlare direttamente all'anima di chiunque abbia il coraggio di ascoltarla davvero. Purtroppo oggi il mondo è pieno di stereotipi sbagliati, dovremmo un po' tutti tornare bambini o avere la capacità di riproiettarci in quello stato di innocenza e di mancanza di pregidizio per comprendere il "bello". Solo così potremo finalmente lasciarci travolgere dalla purezza dell'arte, senza filtri o barriere mentali che ne oscurino la vera essenza.